INCOERENZE E DOPPIEZZE

Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, è stato assolto, in appello, dall’accusa di turbativa d’appalto. Vicenda  del 2016, quando una funzionaria comunale denunciò d’aver subito pressioni ed ingerenze riguardo l’appalto per la gestione di due piscine scoperte. Uggetti è finito in carcere per 10 giorni per, poi, passare agli arresti domiciliari. Si è sempre difeso asserendo d’aver voluto un bando il più possibile restrittivo in modo da tutelare l’interesse pubblico della città. In primo grado, Uggetti viene condannato a 10 mesi con risarcimento del danno al comune. Di questi tempi è stato assolto, in appello, per non aver commesso il fatto. I lettori, che vogliano farsi un quadro più completo, possono digitare, in internet, “simone uggetti”.

Non interessa, al momento, entrare nella vicenda processuale, quando il “contorno” della vicenda. Ossia la gogna mediatica scatenatasi sul sindaco. Con i grillini scatenati, che ne chiedevano le dimissioni per il solo fatto d’essere indagato. Peccato che la morale si applichi agli altri e non a sé stessi! Tempo al tempo le due sindachesse di Roma e Torino,  Virginia Raggi e Chiara Appendino, a loro volta indagate, se ne sono ben guardate dal dimettersi. Ed il loro movimento politico se n’è ben guardato dal chiedere loro un passo indietro. Luigi Di Maio, uno dei leader dei 5 Stelle, ha scritto ad Uggetti una lettera di scuse per la gogna mediatica inflittagli. Intatto la vita personale, e politica, di Uggetti, hanno subito un danno irreparabile. Episodi, come questi, sono alquanto frequenti nella vita pubblica. Altrettanto frequenti, poi, le strumentalizzazioni di basso livello. Basterà ricordare come Matteo Salvini, capo indiscusso ed onnipotente della Lega, si sìa precipitato a Lodi per le elezioni che avrebbero designato il successore di Uggetti che, per la vicenda giudiziaria, dovette dimettersi. “Siamo qui perché il sindaco è agli arresti!”, tuonava Salvini. Dopo  5 anni, per l’assolto Uggetti, neanche una parola.

I fatti, però, sono inesorabili. Come, altrettanto inesorabile, la tendenza degli italiani a dimenticare. Occorre, quindi, ricordare come il predecessore di Salvini, Umberto Bossi, sìa stato condannato: nel 2012, per vilipendio al Presidente della Repubblica; e, nel luglio 2017, per “uso improprio” del finanziamento pubblico dei partiti: i famosi 49 milioni di €. Ebbene, nel marzo 2018, Salvini ha candidato, e fatto eleggere, quale senatore, lo stesso Bossi. Che è lo stesso leader che invitava una signora veneziana ad usare, come carta igienica, il Tricolore  esposto al balcone. Nessuna meraviglia: il Salvini che parla a nome degli italiani è lo stesso Salvini che portava la maglietta con scritto “Io non mi sento italiano”. Contenti?

Dino Ferronato